Mercoledì 17 giugno 2026, Centro Congressi Unione Industriale, v. Vela 17, ore 19.00
L’Osteoporosi è una malattia cronica e degenerativa ad elevata penetranza epidemiologica, che colpisce prevalentemente, ma non esclusivamente, le donne in menopausa e che si manifesta dapprima con una riduzione della densità ossea e successivamente con l’insorgenza di fratture oligotraumatiche, in particolare del femore, delle vertebre, del polso e del bacino. La sua patogenesi è polifattoriale in quanto include, accanto alla predisposizione genetica, numerosi fattori di rischio come il fumo, la scarsa attività fisica, un’insufficiente espulsione solare, lo scarso apporto di calcio con la dieta, l’eccessiva magrezza, l’obesità, l’assunzione prolungata di farmaci come i corticosteroidi, il diabete ed altre malattie metaboliche.
Per affrontare correttamente una paziente osteoporotica, occorre considerarla da un punto di vista generale rimuovendo, se possibile, tali fattori di rischio e compensando il deficit di vitamina D, molto frequente in Italia. Questi provvedimenti di carattere preventivo, certamente necessari, non sono tuttavia sufficienti per gestire correttamente la patologia che va affrontata con un adeguato approccio farmacologico, relativamente al quale possiamo dividere schematicamente i pazienti in due categorie:
- I pazienti non fratturati, ma con bassa densità ossea (BMD): occorre eseguire sempre una valutazione del rischio fratturativo ricorrendo ad algoritmi validati che consentono di stabilire il rischio teorico di frattura della paziente: laddove questo risultasse elevato, è necessario introdurre i bisfosfonati per via orale (Alendronato, Risedronato, Ibandronato) o parenterale (Zoledronato), oppure gli antiestrogeni selettivi (SERM) (Raloxifene, Bazedoxifene) monitorando nel tempo la situazione.
- I pazienti fratturati: sonoper definizione ad elevato rischio di andare incontro ad altre fratture e pertanto occorre prendere in considerazione opzioni terapeutiche di maggiore efficacia: mi riferisco a farmaci come il Denosumab, dotato di un potente effetto inibitorio degli osteoclasti, al Teriparatide ed all’Abaloparatide, potenti stimolatori degli osteoblasti ed al Romosozumab che presenta un duplice effetto, anabolico ed antiriassorbitivo Tutti questi farmaci si sono dimostrati in grado di ridurre considerevolmente l’incidenza di nuove fratture e di migliorare di conseguenza la qualità di vita dei pazienti.
Purtroppo, per una serie di limitazioni normative presenti nel nostro Paese, ma soprattutto per una carente cultura dei Medici che sono chiamati a trattare questa patologia è stato dimostrato che soltanto circa il 50% dei pazienti ad elevato rischio vengono trattati. Per colmare questo imbarazzante Gap terapeutico è necessario stabilire un’alleanza culturale fra i Medici, producendo sistematicamente percorsi terapeutici condivisi che consentano di avviare al trattamento tutti i pazienti che ne hanno indicazione.
Professor Giancarlo Isaia – Responsabile Servizio di Densitometria Clinica Fornaca
