BPCO: che cos’è e quali sono i trattamenti?


La Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva è una delle principali malattie croniche a livello globale: colpisce milioni di persone e resta spesso sotto-diagnosticata. Non è solo una conseguenza del fumo di sigaretta, ma il risultato complesso dell’interazione tra genetica, ambiente e stile di vita. È una patologia eterogenea, progressiva e sistemica, che va oltre i polmoni e richiede diagnosi precoce e gestione personalizzata per evitarne l’evoluzione più grave.

La Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO) non è una malattia rara né marginale: secondo una revisione pubblicata nel 2025 su The Lancet Respiratory Medicine, colpisce oltre 213 milioni di persone nel mondo. Ma la cifra reale potrebbe essere molto più alta. Se si includono i casi non diagnosticati – una quota ampia e spesso sommersa – le valutazioni epidemiologiche superano i 300 milioni di individui, pari a una prevalenza globale dell’11,7%.

Per lungo tempo è stata descritta quasi esclusivamente come una malattia dei fumatori. In effetti il fumo resta il principale fattore di rischio per la BPCO, ma non è l’unico: esposizioni professionali a polveri e sostanze irritanti, inquinamento indoor e outdoor, vulnerabilità genetiche e infezioni respiratorie ricorrenti contribuiscono a un quadro molto più complesso. Quali segnali devono far sospettare l’inizio della malattia? E come intercettarla prima che inizi a restringere il perimetro della vita quotidiana, limitando attività, autonomia e qualità del respiro?

Approfondiamo l’argomento con il dottor Roberto Prota, pneumologo presso la Clinica Fornaca a Torino e coordinatore della Rete clinico-assistenziale Pneumologica del Piemonte.

Cos’è la BPCO e perché viene considerata una delle principali sfide della medicina?

La Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva è una malattia respiratoria cronica, progressiva e non completamente reversibile che rappresenta una delle principali cause di morte nel mondo. Ogni anno provoca circa 3 milioni di decessi, pari a quasi il 6% della mortalità globale. Numeri che la collocano stabilmente tra le prime tre cause di morte a livello internazionale, insieme alle patologie cardiovascolari e oncologiche.

La distribuzione non è uniforme: circa il 90% dei decessi si concentra nei Paesi a basso e medio reddito, dove l’accesso alle cure è più limitato e dove l’esposizione ai principali fattori di rischio è spesso più intensa e meno controllata. Questo dato, tuttavia, non deve far pensare a una malattia “geograficamente distante”: la BPCO è infatti una condizione globale, ampiamente presente anche nei Paesi industrializzati, dove resta però spesso sotto-diagnosticata e riconosciuta in ritardo.

In Italia si stima che le persone affette siano circa 4 milioni. L’impatto sul Servizio sanitario nazionale è significativo: la gestione della malattia assorbe circa il 6% della spesa sanitaria complessiva. Il costo medio per paziente varia tra 2.700 e 3.800 euro all’anno, in funzione della gravità del quadro clinico e della presenza di complicanze. A incidere maggiormente non sono i farmaci, che rappresentano una quota relativamente contenuta (circa il 5-7%), ma la diagnostica e soprattutto la gestione delle riacutizzazioni e delle conseguenze cliniche, che arrivano a pesare intorno al 18% dei costi complessivi.

Perché non è una malattia “semplice”?

La BPCO non si presenta come un quadro unico e riconoscibile allo stesso modo in tutti i pazienti. È una malattia eterogenea, che può assumere caratteristiche diverse da persona a persona, pur mantenendo alcuni elementi comuni. Il tratto che la definisce è la presenza di sintomi respiratori cronici: difficoltà a respirare, tosse persistente, produzione di muco e fasi di peggioramento improvviso che alterano l’equilibrio clinico.

Alla base c’è un danno progressivo dell’apparato respiratorio, che può interessare strutture diverse. In alcuni casi sono coinvolte soprattutto le vie aeree più grandi e intermedie, come i bronchi, e piccole vie aeree come i bronchioli, con conseguente prevalenza di tosse e catarro (bronchiti e bronchioliti). In altri casi il danno riguarda in modo più marcato le zone più profonde del polmone, gli alveoli, dove avviene lo scambio gassoso, determinando un quadro di enfisema, condizione in cui diventa caratteristica la dispnea, cioè mancanza di fiato, soprattutto sotto sforzo.

Questa variabilità è uno degli elementi che rende la BPCO meno lineare rispetto ad altre patologie croniche: non esiste un’unica forma di malattia, ma più profili clinici che si sovrappongono e si evolvono nel tempo, rendendo il quadro complessivo diverso da individuo a individuo.

Da cosa nasce la BPCO? È solo una conseguenza del fumo?

Il fumo di sigaretta è certamente il principale fattore di rischio per la Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva, ma non ne rappresenta l’unica origine. La malattia, infatti, non dipende da un singolo elemento isolato: nasce piuttosto dall’incontro tra predisposizione individuale e ambiente, ma anche da come questa combinazione agisce nel tempo.

In altre parole, non conta soltanto ciò che si respira, ma anche la vulnerabilità con cui l’organismo affronta quelle esposizioni e la durata dell’esposizione stessa. È una dinamica lenta, cumulativa, che si costruisce negli anni.

Accanto al fumo, contribuiscono in modo significativo altri fattori. Tra questi ci sono l’inquinamento atmosferico, le polveri e i gas presenti in alcuni ambienti di lavoro e l’inquinamento domestico, legato per esempio alla combustione di gas o biomasse utilizzate per cucinare e riscaldarsi. Si aggiungono poi elementi meno immediati ma importanti, come una storia di infezioni respiratorie frequenti durante l’infanzia o una nascita prematura, che possono influire sullo sviluppo dei polmoni.

Perché la BPCO viene spesso diagnosticata tardi?

La Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva tende a svilupparsi in modo lento, progressivo e proprio questa caratteristica è uno dei motivi principali del ritardo diagnostico. Nelle fasi iniziali i segnali sono sfumati, poco specifici e facilmente attribuiti ad altre condizioni più comuni: l’età che avanza, una forma fisica non ottimale, lo stress o i classici “acciacchi” stagionali.

All’inizio si tratta spesso di cambiamenti minimi: un leggero affanno durante sforzi che prima non creavano problemi, una tosse persistente ma considerata normale, una maggiore lentezza nello svolgere attività quotidiane. Sono segnali che non interrompono la vita di tutti i giorni e che, proprio per questo, vengono spesso normalizzati. Il corpo si adatta gradualmente e la persona finisce per considerare questi limiti come parte del normale invecchiamento o di una fase transitoria.

A questo si aggiunge un secondo elemento, non meno importante: la difficoltà del sistema sanitario nell’intercettare precocemente la malattia in assenza di controlli mirati. Se non si identificano i soggetti a rischio e non si avvia una valutazione specifica, la diagnosi arriva spesso quando il quadro è già più evidente.

Per questo oggi l’attenzione si sta spostando sempre di più sulla diagnosi precoce e sull’individuazione delle persone potenzialmente vulnerabili, prima che i sintomi diventino limitanti e la malattia inizi a condizionare in modo stabile la vita quotidiana.

Come si arriva alla diagnosi?

La diagnosi della Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva non si basa su un singolo elemento, ma sulla combinazione di più strumenti che permettono di misurare sia la funzione respiratoria sia l’impatto reale della malattia nella vita quotidiana.

L’esame cardine è la spirometria, un test semplice e non invasivo che misura quanto aria una persona riesce a espirare e con quale velocità. È il principale strumento per individuare la presenza di un’eventuale ostruzione delle vie respiratorie e per quantificare il grado di compromissione funzionale.

Accanto alla spirometria, un ruolo importante lo hanno i questionari clinici. Servono a tradurre in modo strutturato quello che spesso il paziente racconta in maniera generica: quanto è presente la difficoltà respiratoria, quanto limita le attività quotidiane, quanto incide sulla qualità della vita. Sono strumenti che aiutano a dare un “peso” ai sintomi, andando oltre la sola misurazione tecnica.

Un altro elemento chiave nella valutazione è rappresentato dalle cosiddette riacutizzazioni, cioè gli episodi di peggioramento improvviso dei sintomi. Non si tratta di semplici variazioni transitorie: sono eventi clinicamente rilevanti che permettono di capire quanto la malattia sia instabile e attiva nel tempo. La loro frequenza e gravità contribuiscono in modo decisivo a definire il quadro complessivo e a orientare le scelte successive.

È possibile avere la BPCO anche con esami inizialmente normali?

Sì, questo è uno degli aspetti più rilevanti nella comprensione moderna della Broncopneumopatia Cronico Ostruttiva. In alcune fasi iniziali la malattia può essere già presente, ma non ancora pienamente evidente agli esami standard. Questo significa che una parte dei pazienti si trova in una sorta di “zona grigia”, in cui i test risultano sostanzialmente normali o solo lievemente alterati, pur in presenza di un processo già avviato.

Il punto centrale è che la BPCO non si manifesta sempre in modo netto e immediatamente misurabile. Esistono segnali più sottili, progressivi, che non sempre vengono catturati da un singolo esame ma che possono indicare un rischio concreto di evoluzione nel tempo.

Per questo motivo l’approccio attuale è cambiato: non ci si affida più soltanto al risultato isolato di un test, ma si considera l’insieme delle informazioni disponibili. Sintomi, storia clinica, esposizione ai fattori di rischio e andamento nel tempo diventano elementi fondamentali quanto l’esame strumentale. L’obiettivo è intercettare la malattia prima che diventi pienamente manifesta e inizi a ridurre in modo stabile la capacità respiratoria e la qualità della vita.

Come si decide la terapia? È uguale per tutti?

La terapia della Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva non segue uno schema unico valido per tutti i pazienti. Al contrario, viene costruita in modo personalizzato e progressivo, se necessario, sulla base di diversi elementi che descrivono non solo la funzione respiratoria, ma anche l’andamento della malattia nel tempo.

Tra i fattori principali ci sono l’intensità dei sintomi (misurata con appositi questionari e/o scale valutative), la capacità respiratoria misurata con gli esami, il numero di episodi di riacutizzazioni con peggioramento improvviso (con un grading di severità da lievi a severe) e alcuni parametri biologici (come l’evidenza di eosinofili aumentati o meno all’emocromo), che aiutano a definire meglio il tipo di infiammazione presente. È l’insieme di queste informazioni che permette di inquadrare il paziente in un profilo clinico specifico.

Questo “profilo” non è un’etichetta formale, ma uno strumento pratico: serve a guidare la scelta della terapia più appropriata. I trattamenti di base includono farmaci inalatori che aiutano a mantenere le vie respiratorie più aperte e, in alcuni casi selezionati, farmaci con azione antinfiammatoria. Negli ultimi anni l’approccio è cambiato in modo significativo: si è passati da una gestione standardizzata a una medicina sempre più personalizzata, in cui l’obiettivo non è solo controllare la malattia in senso generale, ma adattare la terapia alla storia clinica e alle caratteristiche specifiche di ogni persona.

La BPCO riguarda solo i polmoni?

Nelle fasi più avanzate la BPCO non è una malattia limitata all’apparato respiratorio. Con il tempo può assumere le caratteristiche di una condizione sistemica, cioè in grado di coinvolgere più organi e funzioni dell’organismo.

Accanto alla riduzione della capacità respiratoria, infatti, possono comparire o associarsi altre problematiche: disturbi cardiovascolari, perdita progressiva di massa e forza muscolare, fragilità ossea come l’osteoporosi, alterazioni del metabolismo, neoplasia polmonare. A queste si aggiungono spesso anche conseguenze meno visibili ma altrettanto rilevanti, come ansia e depressione, che incidono in modo significativo sulla qualità della vita.

In molti pazienti, soprattutto in età avanzata, la prognosi non dipende esclusivamente dal grado di insufficienza respiratoria, ma dall’insieme delle condizioni cliniche presenti. È questa combinazione di fattori a rendere la BPCO una patologia complessa, che richiede una valutazione globale della persona e non solo del polmone.

Qual è il ruolo delle vaccinazioni nella prevenzione delle complicanze della BPCO?

La prevenzione nella Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva non si limita alla riduzione dei fattori di rischio o alla diagnosi precoce. Un capitolo fondamentale riguarda le vaccinazioni, che non agiscono sulla malattia in sé, ma riducono in modo significativo il rischio di infezioni respiratorie e complicanze, spesso responsabili di peggioramenti anche gravi e relativa mortalità.

I pazienti con BPCO, così come quelli con altre patologie respiratorie croniche (ma anche cardiache o metaboliche, come nel caso del diabete o delle cardiopatie), hanno infatti una maggiore vulnerabilità alle infezioni. In questi soggetti, una semplice infezione può trasformarsi in una riacutizzazione importante, aumentare il rischio di ospedalizzazione e, nei casi più severi, incidere anche sulla mortalità.

Per questo motivo la vaccinazione antinfluenzale è considerata una misura essenziale e va effettuata ogni anno, preferibilmente con vaccini inattivati. Un altro pilastro è la vaccinazione contro il COVID-19, oggi raccomandata secondo le indicazioni aggiornate delle autorità sanitarie, soprattutto nei soggetti fragili e con patologie croniche respiratorie.

Grande importanza ha anche la vaccinazione antipneumococcica, mirata a prevenire la polmonite da pneumococco e le sue complicanze. È raccomandata in particolare sopra i 65 anni, ma anche in età più giovane nei soggetti con malattie croniche. Nei pazienti a rischio più elevato può essere prevista una strategia combinata con diversi tipi di vaccino (coniugato e polisaccaridico), somministrati secondo schemi e intervalli specifici, con possibili richiami in base alla storia vaccinale.

Il vaccino anti Herpes Zoster è raccomandato per i pazienti affetti da patologie croniche, comprese la BPCO e altre problematiche respiratorie croniche. Accanto a queste, si sta rafforzando anche l’indicazione alla vaccinazione contro il virus respiratorio sinciziale, particolarmente rilevante nei soggetti anziani e fragili e nei pazienti con patologie croniche respiratorie e cardiache, per la capacità di prevenire forme di infezione che possono evolvere in quadri severi.

Infine, viene sempre più considerata anche la vaccinazione contro la pertosse, spesso sottovalutata negli anni, ma oggi rivalutata nei programmi di prevenzione, soprattutto nei soggetti con patologie croniche, con richiami periodici nell’arco della vita adulta.

Quando è necessario ricorrere anche al supporto di ossigeno?

Il ricorso all’ossigenoterapia non rappresenta il punto di partenza, ma una fase avanzata del percorso di malattia. Il supporto di ossigeno viene introdotto quando si sviluppa una condizione di insufficienza respiratoria, cioè quando l’organismo non riesce più a garantire livelli adeguati di ossigeno nel sangue.

Nelle forme più comuni si parla di insufficienza respiratoria di tipo 1, caratterizzata dalla riduzione dell’ossigeno, mentre nei casi più avanzati può comparire anche un aumento dell’anidride carbonica nel sangue, quadro che indica una compromissione più globale della funzione respiratoria. In termini clinici, questo significa che la capacità dei polmoni di svolgere il proprio lavoro è ormai significativamente ridotta.

In queste condizioni, la terapia farmacologica da sola non è più sufficiente e si rende necessario un supporto continuo, spesso per molte ore al giorno, per mantenere livelli di ossigenazione compatibili con la vita quotidiana.

Se la malattia progredisce ulteriormente, e in presenza di determinate caratteristiche cliniche, può essere necessario anche un supporto ventilatorio domiciliare, che aiuta il paziente a compensare la ridotta capacità dei muscoli respiratori di mantenere un’efficace ventilazione.

La BPCO si può prevenire?

La Broncopneumopatia Cronico Ostruttiva è una malattia che si può in parte prevenire, anche se non esiste una singola azione in grado di azzerarne il rischio. La prevenzione si gioca su due piani complementari: ridurre le esposizioni nocive nel corso della vita e intercettare precocemente i segnali iniziali della malattia.

Il primo intervento, e anche il più importante, riguarda il fumo di sigaretta: smettere di fumare è la misura più efficace per ridurre in modo significativo il rischio di sviluppare la malattia o di rallentarne la progressione. Ma non si tratta dell’unico fattore su cui intervenire. Anche la riduzione dell’esposizione a inquinanti ambientali e professionali, la gestione corretta delle infezioni respiratorie e l’attenzione ai soggetti più vulnerabili possono contribuire in modo rilevante.

Il secondo livello di prevenzione è altrettanto decisivo: la diagnosi precoce. Riconoscere i primi segnali, anche quando sono lievi o intermittenti, permette di intervenire prima che la malattia diventi instabile e limitante. In questa fase iniziale, infatti, è ancora possibile rallentare l’evoluzione del danno respiratorio e preservare più a lungo la funzionalità polmonare e la qualità della vita.

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