Che cos’è l’epilessia e perché oggi non fa più paura


Afferma il dottor Walter Troni, neurologo della Clinica Fornaca: «La qualità di vita di un paziente epilettico seguito in maniera adeguata è oggi assolutamente normale. Merito soprattutto della terapia farmacologica, efficace anche contro la superstizione».   «Nei secoli passati il carattere estremamente drammatico delle crisi epilettiche ha dato spazio a interpretazioni di ogni tipo. Oggi […]

Afferma il dottor Walter Troni, neurologo della Clinica Fornaca: «La qualità di vita di un paziente epilettico seguito in maniera adeguata è oggi assolutamente normale. Merito soprattutto della terapia farmacologica, efficace anche contro la superstizione».

 

«Nei secoli passati il carattere estremamente drammatico delle crisi epilettiche ha dato spazio a interpretazioni di ogni tipo. Oggi l’epilessia rappresenta invece un bell’esempio di come il progresso scientifico sia il miglior antidoto alla superstizione – afferma il dottor Walter Troni, neurologo della Clinica Fornaca -. Non bisogna però mai abbassare la guardia: quelle che sembrano conquiste definitive e irreversibili della scienza possono sempre essere minacciate dall’insidia della superstizione, come le recenti vicende “no vax” dimostrano in modo inequivocabile».

Dottor Troni, che cos’è e come si genera il meccanismo dell’epilessia?

«Per capirlo, la chiave più semplice è fare riferimento a un organo completamente diverso dal cervello, vale a dire il cuore. Nel cuore esiste un pacemaker costituito da un gruppo di cellule, con caratteristiche di eccitabilità e capacità di trasmettere impulsi del tutto simili a quelle delle fibre nervose, che ha il compito di generare impulsi ritmici che tramessi a tutte le fibre muscolari del miocardio ne assicurano la contrazione sincrona. Questo pacemaker funziona inducendo un ritmo regolare con una frequenza di 60-70-80 cicli al secondo e, talvolta “impazzisce” per motivi vari (metabolici o lesionali) generando un’attività parossistica ad alta frequenza che induce un episodio di tachicardia parossistica con tutti i suoi sintomi noti. Ecco, se prendiamo questo meccanismo molto semplice e comprensibile e lo poniamo nella galassia di quei miliardi di neuroni che costituiscono i sistemi integrati ed estremamente diversificati del cervello, ci rendiamo contro dell’estrema complessità con cui l’epilessia si manifesta nell’uomo. Il meccanismo è sempre quello: esiste una popolazione neuronale che, per vari motivi, diventa ipereccitabile e invece di lavorare in modo integrato si autonomizza e si mette a scaricare in modo parossistico reclutando a macchia d’olio la popolazione circostante finché non intervengono meccanismi di compenso (inibitori) che, a un certo punto, circoscrivono questa area epilettogena e progressivamente inibiscono tale attività patologica, ponendo fine alla crisi».

Quali sono le forme in cui l’epilessia si manifesta?

«La grande complessità delle funzioni cerebrali giustifica l’estrema variabilità delle crisi. Se il focolaio epilettico interessa le aree motorie del cervello, quelle utilizzate per i movimenti volontari, la crisi sarà parziale motoria: un braccio o un arto saranno animati da contrazioni ritmiche involontarie del tutto indipendenti dalla volontà del paziente che peraltro rimane vigile, senza perdere coscienza, assistendo impotente a questa attività parossistica. L’interessamento di altre aree del cervello come quelle deputate all’analisi della sensibilità del corpo (aree somestesiche) produrrà parestesie. Se viene colpita l’area del cervello che analizza gli impulsi visivi, possono comparire allucinazioni visive. Anche in questi casi il paziente assisterà cosciente a ciò che gli sta accadendo ma non potrà fare nulla per impedirlo. Se invece il focolaio interessa aree del cervello che svolgono funzioni più complesse (ad esempio quelle che controllano l’affettività, l’emotività o la memoria), avremo crisi sempre parziali ma con un’alterazione anch’essa parziale della coscienza: durante le crisi il paziente sarà come assente. Sarà vigile e non stramazzerà a terra, ma si comporterà in modo assente rispetto all’ambiente che lo circonda».

Quando si manifesta la crisi epilettica classica?

«Quando il focolaio epilettico, o direttamente o in seguito a trasmissione dell’attività parossistiche da zone focali della corteccia cerebrale, coinvolge alcune strutture profonde del cervello che sono delegate al mantenimento della vigilanza, l’attività parossistica abnorme si distribuisce in modo istantaneo a tutto il cervello, generando la crisi epilettica classica “generalizzata”, quella che meglio corrisponde all’immaginario collettivo dell’epilessia: il paziente perde coscienza e se ci sono manifestazioni motorie queste sono bilaterali e sincrone. Il paziente cade a terra in stato comatoso: la crisi rapidamente cessa ma il paziente non si riprende subito, rimane in una fase di coma post-critico che può durare anche 30-45 minuti».

Oggi quanto risulta invalidante l’epilessia per il paziente?

«In Italia gli epilettici sono oltre 500mila. La qualità di vita di un paziente seguito in maniera adeguata è oggi assolutamente normale. C’è stato un enorme progresso dal punto di vista della sopravvivenza sociale dell’epilettico, fino a poco tempo fa messo severamente all’indice. Tuttavia, il pregiudizio è in qualche caso rimasto in ambito scolastico e lavorativo ed è ancora presente in materia di guida: è indiscutibile che il paziente epilettico debba essere sottoposto a un rigido controllo terapeutico, ma gli incidenti stradali causati dall’epilessia sono rarissimi, anche perché l’attenzione per la guida inibisce la crisi. Così come è falso pensare alla crisi epilettica come a un fattore di violenza: l’etero-aggressività del paziente in fase di crisi è nettamente inferiore a quella del soggetto normale. È infatti difficile che durante le sue crisi abbia un’attività motoria coordinata e possa produrre un’azione violenta nei confronti di chi lo circonda».

Cosa ha permesso di migliorare la qualità di vita del paziente epilettico?

«Il grosso progresso è rappresentato dall’efficacia della terapia farmacologica. La terapia può essere modulata a seconda del tipo di epilessia, scegliendo i farmaci adatti per le crisi parziali e per quelle generalizzate. C’è una modesta percentuale di epilettici refrattari o parzialmente rispondenti alla terapia: per loro esiste la possibilità di una terapia chirurgica che, dopo aver individuato e localizzato in modo preciso il focolaio epilettogeno, provvede all’asportazione di questa modesta area cerebrale e risolve la crisi».