Malattia di Ménière: diagnosi e cura di una patologia molto diffusa


Malattia di Ménière

«Determina la sofferenza di due compartimenti dell’orecchio interno: la parte uditiva e quella del controllo dell’equilibrio», spiega il professor Roberto Albera, otorinolaringoiatra della Città della Salute e della Scienza di Torino. «Non è una malattia grave, ma può creare al paziente grossi problemi comportamentali e psicologici».

 

«Nella malattia di Ménière si viene a determinare un aumento nel volume dei liquidi che sono contenuti nell’orecchio interno. Si tratta di una malattia abbastanza diffusa, tanto che si ritiene essere la seconda o terza causa di vertigine causata da una malattia dell’orecchio interno. Determina la sofferenza di due compartimenti dell’orecchio interno: la parte uditiva e quella del controllo dell’equilibrio». Il professor Roberto Albera, responsabile di Otorinolaringoiatria U della Città della Salute e della Scienza di Torino, inquadra con queste parole una patologia che colpisce una popolazione mediamente adulta: «Il picco si registra tra i 40 e i 60 anni – prosegue il professor Albera -. È molto rara nel bambino ed è possibile nell’anziano. Colpisce leggermente di più le donne rispetto agli uomini. Nel 90-95 per cento dei casi interessa un solo orecchio, mentre nelle forme di lunga durata è possibile anche l’insorgenza di una bilateralità della malattia».

Professor Albera, che cosa provoca la malattia di Ménière?

«La causa è in realtà sconosciuta: non si conosce bene il motivo di questo aumento di volume dei liquidi labirintici. Viene considerata una malattia idiopatica, ma esistono certamente dei fattori come lo stress che possono favorirla. La componente emotiva ha un ruolo importante, tanto che i pazienti con tratto di ansia e depressione risultano più esposti. Esordisce in modo improvviso con un calo dell’udito che non sempre viene avvertito dal paziente».

Come si riconosce il paziente che ne è afflitto?

«La malattia di Ménière ha una manifestazione uditiva e una vestibolare, tutte e due con caratteristiche molto peculiari che rendono la diagnosi abbastanza semplice. L’ipoacusia è inizialmente fluttuante: il paziente ha un abbassamento di udito che si risolve e poi si rimanifesta e interessa soprattutto la sensibilità per i toni gravi e medi, situazione anomala perché in genere nelle patologie dell’orecchio interno a essere interessate sono le frequenze acute. Col passare del tempo, il danno diventa permanente e irreversibile, quindi questa fluttuazione va un po’ a esaurirsi, anche se ci sono casi in cui il paziente torna a sentire bene in via definitiva. La parte dell’equilibrio è invece caratterizzata da crisi di vertigine violenta e di lunga durata, tanto che possono andare da 20 minuti a 12 ore. La vertigine e l’ipoacusia possono essere associate o comparire separatamente. Nella maggior parte di casi, all’inizio compare l’ipoacusia e dopo un po’ tempo si associa la vertigine. Per la diagnosi, una buona anamnesi è utile a ricavare informazioni su questi aspetti che risultano tipici della malattia. È altresì importante un esame audiometrico per dimostrare la diminuzione dell’udito e si possono infine eseguire atri esami accessori, in genere almeno una Risonanza magnetica utile a escludere altre patologie del nervo acustico o del cervello».

Quali sono le terapie utilizzate?

«Si inizia con una terapia comportamentale-medica: evitare stress, mangiare con poco sale, assumere diuretici. Non esistono prove di evidenza che ne dimostrino l’efficacia, tuttavia unite al supporto psicologico garantiscono nel 70 per cento dei casi un buon controllo della malattia: non si normalizza l’udito, ma si risolvono le vertigini o quantomeno si diminuisce la loro intensità e frequenza. Nei casi assolutamente incontrollabili, quelli che interessano circa il 25 per cento dei pazienti, può essere necessario ricorrere ad azioni più aggressive che prevedono la creazione di un danno all’organo dell’equilibrio affinché smetta di fornire questi segnali forti di vertigine. L’organo dell’equilibrio può essere rimosso senza creare particolari problemi al paziente perché lavora in coppia ed è sufficiente che uno dei due sia normale per garantire una buona qualità di vita. Dopo l’esecuzione c’è una fase di adattamento durante la quale il paziente risulta instabile, ma progressivamente si rimette a posto».

Quali sono le tecniche chirurgiche utilizzate per rimuovere l’organo dell’equilibrio?

«Le terapie chirurgiche sono diverse: c’è chi utilizza la decompressione del sacco endolinfatico, ma la più usata è quella che prevede infiltrazioni di Gentamicina, un antibiotico dall’effetto oto-tossico che può far smettere di funzionare l’organo dell’equilibrio. È una terapia ambulatoriale che si esegue senza particolari problemi o rischi: se non funziona, capita in meno del 5 per cento dei pazienti, si seziona il nervo vestibolare, azione che dà una percentuale di guarigione altissima. In ogni caso, gli interventi prevedono il risparmio dell’udito residuo».

Che cosa implica vivere con la malattia di Ménière?

«Non è una malattia grave, ma crea grossi problemi comportamentali e psicologici al paziente: le crisi sono improvvise e molto invalidanti, si associano a nausea, vomito e sudorazione. In quei momenti, il paziente non è in grado di stare in piedi e ha perciò una qualità di vita davvero critica, non tanto per la vertigine in sé quanto per la paura di averla. Andare a lavorare o in vacanza gli mette ansia perché ha paura di andare incontro a una crisi».